Sabato mattina decido di pimpare la bici. Un vecchio ferro aspirazionale. Un modello imposto dalla disuguaglianza sociale nella quale navigo, sarebbe meglio dire pedalo, da un bel po’. Una bici d’altri tempi insomma. Nel vero senso della parola. Un pezzo di ruggine con le ruote sgonfie, i cerchioni decentrati e con un telaio spruzzato di nero Montana. Un simbolo come altri della ristrettezza economica che mi attanaglia ma, nello stesso tempo, un oggetto che grida vendetta come il sottoscritto. Se questa carretta può diventare qualcosa di meglio, ce la posso fare anch’io. Con la ruota posteriore bucata mi dirigo verso il distributore di benzina. Andrea, giovane impiegato alle pompe, sa il fatto suo. Mi convinco che lui, della casta degli intoccabili come me, riuscirà a rendere migliore questo trabiccolo. Ci diamo da fare. Investo gli ultimi spiccioli per due cerchioni, i copertoni e le camere d’aria. Registriamo i freni e il mezzo, fino a un’ora prima inutilizzabile, acquista un valore nuovo. Una volta sverniciata e ricolorata, la bicicletta sarà quasi perfetta. Andrea ci da dentro. Si mette d’impegno. Prendiamo per il culo i ciclisti, che intanto passano sui loro mezzi d’alluminio da 2000 euro vestiti di tutto punto, pronti per il Tour. Io in tuta Adidas e Andrea in divisa da lavoro e con le mani sporche di grasso abbiamo fatto un miracolo. Sono felice e rientro a casa. Monto sulla bici e tutto funziona a meraviglia. Persino il cambio violentato dalla ruggine scivola che è una bellezza. Parto. Alzo lo sguardo. Voglio che la gente mi veda. Un’ora prima trascinavo la mia bicicletta con lo sguardo rivolto verso il basso. Ora pedalo come Girardengo. Come se indossassi la maglia rosa. Però vedo la gente storpia. Due vecchietti in mezzo alla strada si sostengono a vicenda su un girello che non ne vuole sapere di andare. Davanti ad un portone di legno scuro una signora, piegata sulla schiena con la testa penzoloni, trascina a stento un innaffiatoio tra le rose gialle. Saluto un bambino che ha la bava alla bocca e poi il tabaccaio, anche lui senza una gamba. La lasciò al Fronte durante la guerra assicurandosi così una licenza tabacchi per tutta la sua claudicante vita. La mia bici arrugginita – ma pimpata a nuovo – schizza sull’asfalto ma per la strada la gente, non sta bene. Le cose gli andranno meglio in banca probabilmente. Pensioni d’anzianità, d’invalidità, soldi all’estero. C’è un bastardo vicino a casa che non paga i dipendenti da quasi un anno. Lo vedo anche questo sabato mattina che lava la sua Mercedes bianca con l’acqua del pozzo privo di un regolare contatore. Il figlio di puttana mi guarda in cagnesco. Io tra di me gli rivolgo i soliti quotidiani anatemi. Faccio la curva e sono arrivato. E`solo l’inizio.

Girardengo

Ricevo una chiamata

da un numero sconosciuto

risponde un editore

la sua voce è entusiasta

mi fa i complimenti

per la poesia che gli ho inviato.

Dice

vorremmo pubblicarla

lei rappresenta il nuovo

i suoi versi sono forti

geniali e freschi

finalmente roba originale

che non si trova facilmente.

Io ascolto e dico si

ogni tanto un grazie per educazione

poi aspetto che vada avanti

perché sento puzza di fregatura.

Finalmente arriva al dunque

e la sua voce si fa seriosa:

“Benvenuto nella squadra

ancora i nostri complimenti

fanno 150 euro”.

Il concorso di Poesia

Mi è capitato di scrivere ultimamente. Mi capita dal ’78 ma in queste settimane un po’ di più. Mi aiuta a trascorrere meno tempo col genere umano perché, se escludiamo le lunghe inesorabili ore durante le quali sono costretto a discorrere con i miei simili, il resto del tempo cerco d’impegnarlo in attività che non mi obblighino a interagire (se non con me stesso). Scrivere è una di queste. Le altre sono mangiare, scopare per terra o fare la cacca. Quando faccio la cacca parlo volentieri a voce alta. Probabilmente mi auto convinco che stia parlando a voce alta. Credo verosimilmente che, quando sono in bagno a rilasciare scorie immortali, il volume dei miei pensieri sia tarato su un livello più alto del solito. E mi confondo. Faccio dialoghi, immagino situazioni, rispondo ai nemici, organizzo feste private dove m’invito con un flyer che mi spedisco dopo aver leccato il rotolo della carta igienica che guarda caso finisce proprio sul più bello. Poi torno a scrivere. L’altro giorno parlavo con un caro amico al telefono. Mi chiede come sto. Gli rispondo che sto bene. Mi dice, ho letto il tuo racconto. Gli dico che ha fatto la cosa giusta. Mi dice che gli è piaciuto. Rispondo anche a me. Aggiunge mmm ogni tanto. Gli rispondo che avrei potuto correggere delle cose. Si può sempre migliorare. Non esistono più le mezze stagioni. Insomma un discorso inutile animato però dal nostro reciproco affetto. Poi mi chiede cosa sto leggendo. Questo e quello gli rispondo. Lui mi dice, ti consiglio questo, quest’altro anche questo e quello li. Io gli dico che è tutta gente decisamente noiosa. Mi risponde che sono poetici, aulici e che scrivono da Dio (come se Dio gli avesse spedito una cartolina). Gli rispondo che i libri li scelgo da solo perché, o sono scritti come piacciono a me, o non mi va di sprecare il mio tempo. Leggere non è mai sprecare tempo, ribatte l’amico forse seccato per la mia rinomata saccenteria. Aggiungo allora che la maggior parte degli scrittori scrive guardandosi allo specchio e che io preferisco quelli che lo fanno mentre cagano. Poi ho chiuso la telefonata e ho scritto una poesia.

locandina

Ho partecipato con grande entusiasmo al concorso letterario per racconti brevi organizzato da Bookblister, il sito di Chiara Beretta Mazzotta, editor di Punto&Zeta e sono arrivato terzo. Voglio ringraziare di cuore Chiara per i complimenti e vi invito a leggere il mio racconto (e magari a condividerlo) “Una frittella a East Harlem” su Bookblister.

Schermata 2013-02-05 a 15.29.00

Avrei 2013 motivi per prendere una pausa dalla vita di almeno 2013 giorni che dedicherei alla beneficienza verso me stesso. Basterebbe digitare sul vostro sfigatissimo Android il 474747 per donare due euro alla mia causa. Voi fareste una meravigliosa azione morale e io, canticchiando in falsetto “Vaffanculo” di Masini, comprerei l’ennesimo biglietto per NYC, immaginandomi di lì a poco nel peggior bar di East Harlem a giocare a domino col mio amico portoricano senza denti. Conobbi Miguel durante uno dei primissimi viaggi che feci a New York, ci conoscemmo davanti ad un muro. Senza misurarci il cazzo con lo sguardo, pisciavamo almeno due pinte di Hatuey bevute in silenzio seduti agli estremi del bancone in un bar affollato solo dai nostri pensieri. Diventammo subito amici perchè, sia io che Miguel, fummo bravissimi a non schizzarci le scarpe a vicenda. Una piccola attenzione da non sminuire e che ci offrì l’occasione per rientrare a farci un altro giro scambiando quattro chiacchere su due sgabelli vicini. Il mio stentato spagnolo si mischiava con il suo inglese improvvisato sul momento, così trascorremmo – intuendo le cose che provavamo a dirci col sorriso mio e senza denti lui – tutta la serata. Poi giocammo a domino. Tutti i portoricani, appresi più tardi, giocavano a domino e ogni occasione era buona per farsi una partita. Ovviamente io non conoscevo nessuna regola. Per la cronaca non conosco tutt’ora nessuna regola dei giochi di dadi o carte e non ho certamente intenzione di imparare, dato che la maggior parte dei miei problemi risale fin dal ’78. Lungi da me continuare a complicarmi la vita, svuotarmi le tasche o indossare un paio di occhiali da sole di spregevole fattura, aspettando che il mio avversario decida cosa calare sul tavolo verde mentre la vita la fuori si fa sempre più interessante. O così sembra, se stai rinchiuso 8 ore davanti ad un manipolo di adiposi personaggi con mogli grasse e cavolo a cena. Le mie partite a domino con Miguel perciò altro non erano se non un modo come un altro per impegnare il tempo e disimpegnare il cervello. Io non capivo nulla di ciò che facevo e dicevo ed ero felice. Miguel non pretendeva che mi impegnassi a fondo perchè non afferrava ciò che gli spiegavo. Probabilmente anche lui faceva finta perchè aveva bisogno di scollegare la mente e vivere alla giornata, gustando col suo nuovo amico un burrito grosso come il suo culo, innaffiandolo con una cerveza fresca in pace col mondo.

pisciare

 

Ci appendemmo le nostre palle sul pino finto. Uno perchè eravamo ecologisti prima di Al Gore, due perchè come giravano i nostri coglioni nessuna mai. Mia nonna lo addobbava con i mandarini perchè era povera. Anche mia mamma faceva la stessa cosa e per lo stesso motivo. Al massimo ci aggiungeva qualche noce. A noi, fedelissili del self made, restavano solo i nostri coglioni. Ci piaceva guardarli appesi, infilzati dagli aghi del pino, rinnovare la tradizione che continuava tra mandarini e noci prese nel più sfigato dei Carrefour. E fuori non nevicava e i tetti delle case non erano imbiancati. Non c’erano i comignoli fumanti e gli stambecchi o i caprioli che zompettavano felici. C’era un caldo primaverile e le poche luminarie erano spente e quelle accese erano per metà fulminate. Sulla strada una Fiat Palio grigia parcheggiata di traverso e un cane che gli pisciava la ruota. Un gatto sul tetto e un topo che scappava sul cornicione. Una vecchia affacciata alla finestra del palazzo di fronte, appoggiata sui gomiti con una mano rugosa sul mento peloso, osservava con i suoi occhietti liquidi, illuminata da una lampadina da 40 watt facendo no no con la testa, i vicini di casa che stappavano uno spumante scambiandosi baci da discount. Il Papa benediceva dalla televisione, un moccioso bestemmiava sparando mini ciccioli. Non c’era nessun motivo per essere felici o forse la ricerca della felicità era lasciata all’intimità di ciascuno. Noi avevamo i nostri coglioni appesi sull’albero ancora una volta.

L'albero dei coglioni

Il cinese era piegato sui talloni davanti all’ingresso del suo negozio dal quale proveniva un tanfo micidiale paragonabile solo a quello del suo cuoio capelluto. Dietro il vetro appannato della finestra tre anatre arrostite ed impiccate, una specie di monito alla comunità occidentale che passava e ripassava per quelle strade spinte da guide turistiche scritte di getto da sottopagati lavoratori dell’industria del turismo, spesso esageratamente emozionali. Sul marciapiede, adagiate su instabili impalcature costruite alla buona, le cassette di legno traboccavano di amenità, tutte con un prezzo, tutte colorate, tutte incomprensibilmente commestibili. Dall’altra parte della strada scaricavano da un furgoncino giallo mazzi di verdure dai colori troppo saturi. In alto un finto medico osservava la scena sputando ad intervalli regolari e fumando una paglia completamente bianca come il suo camice, dietro lenti talmente spesse da renderlo convintamente immune alle malattie. C’era troppo rumore, troppa puzza, troppi ratti ma soprattutto troppa fottuta curiosità. Tutto procedeva secondo un ordine che pareva prestabilito da antichi codici risalenti all’età della Muraglia oppure era Confucio a ispirare una ritualità antica ma contraffatta come la tecnologia venduta per pochi dollari e spacciata per originale da finti cinesi che non sapevano che gusto avesse il mandarino. Quelli con la macchina fotografica avevano il cervello fritto e probabilmente sarebbero finiti in padella se non si fossero accorti velocemente che gli scatti non erano poi così graditi. I giapponesi stavano alla larga, preferivano fermarsi al LES ad immaginare come poteva essere un tempo quando le navi scaricavano anche qualcuno dei loro e dove – soprattutto – potevano pavoneggiarsi dei loro ammennicoli futuristici che stonavano completamente con la sacralità dei tenements. Eravamo lì a causa di un giornale e della prospettiva di un massaggio che avremmo pagato pochi spiccioli e che ci avrebbe svuotato le palle. Trovato il civico 47 ci saremmo aspettati un portone marcio come i denti del tipo che masticava finocchi all’angolo di East Broadway invece era l’ingresso di un bel salone, illuminato a giorno, dove una tipa in piedi dietro una sorta di reception ci accolse sorridente. Non c’era odore di sperma nell’aria. Poltrone di pelle troppo lucida per essere un luogo di perdizione. Nessun ciccione mal vestito in sala d’attesa, nessun gemito provenire dal corridoio stretto dove sulla sinistra s’intravedevano tre piccole porte bianche dietro le quali verosimilmente lavoravano le ragazze. Non era il posto giusto per le nostre aspettative e tra lo stupore della padrona del salone chiedemmo dove avessimo potuto trovare una cinese di bocca buona mimando con gesti espliciti l’unico lavoro che c’interessava per quella sera. La signora urlò sguaiatamente e in pochi secondi si palesò una ragazza che ci fece cenno di seguirla. Era brutta, con pochi capelli lisci che le scivolavano sulla schiena storta ed era incredibilmente eccitata. Attraversammo la strada con lei che ripeteva parole in qualche idioma sconosciuto persino ai suoi avi del più sperduto villaggio rurale cinese e ci accompagnò su per alcune rampe di scale strette e buie. Noi ci guardavamo con un po’ di preoccupazione immaginandoci fatti a pezzi nella cella frigo di un ristorante ma con stupore ci trovammo di fronte al medico di qualche ora prima. La ragazza spiegò cosa stavamo cercando e lui spalancò la bocca gialla come se non avesse mai sentito parlare di pompini in tutta la sua vita cinese. Poi dopo un minuto di silenzio ci indicò la ragazza sciatta che fremeva dalla voglia e ci disse poco convinto in un inglese fritto: “50 dollari per tutti e due!” Eravamo delusi. Avevamo immaginato una serata diversa. Un figa stretta in un corpo minuto con due tette rifatte all’europea. Invece eravamo soli,  con un medico in camice bianco e la bocca spalancata e una cinese che irradiava l’ambiente di puzza di alghe, Dio solo sa cucinate come, che ridacchiava speranzosa farfugliando “yes, yes” con l’indice che puntava verso un separé sistemato in un angolo oscuro della camera. La nostra serata si chiuse così. Il medico non sapeva un accidente d’inglese e non capiva che noi volevamo un’altra ragazza. Bella come nella foto del giornale e che valesse tutti i nostri soldi, non come quella che ripeteva come un’ossessa “yes, yes” mentre ribolliva sempre più bagnata bramando il nostro cazzo ormai floscio da un pezzo.

 

Sono uscito la fuori e ho visto una distesa di uomini con i mocassini. Decine di maschi imbarazzanti con i mocassini scamosciati, la cintura stretta bicolore, il golfino attorno al collo e i calzoni tirati su per il buco del culo. Cercavo disperatamente un posto dove prendere una tazza di the e una fetta di torta e mi sono imbattuto nella peggior rappresentazione del mio stesso genere che rideva a bocca aperta, parlava ad alta voce e sorseggiava vino d’annata, cioè un prosecco da tre euro la bottiglia presa alla Metro. Ho avuto un po’ di paura. I calzoni, i più li portavano di tonalità improbabili persino per le Barbie, segnavano, fasciandole, le loro gambette sbilenche, confezionando il culo come un panettone buffo della Bauli passato di mano in mano sugli scaffali del Carrefour. Tutti avevano lo stesso accento, parlavano la stessa lingua, avevano addirittura lo stesso profumo. Ho addentato la mia torta velocemente e sono scappato via dal locale. Nei parcheggi le stesse identiche macchine. Sugli specchietti polvere bianca e due tipi che s’inculavano stretti tra le portiere aperte mentre uno striminzito cane marrone gli pisciava la ruota posteriore sinistra con discreta arroganza.

 

Spalo merda dal ’78 senza sosta. Infilo una tuta blu la mattina, già sporca del giorno prima e vado con la vanga in mano a salvare la mia vita. La giornata comincia con un caffè nero. Pece come quella che mi soffoca dalle prime luci dell’alba, che mi penetra le narici, che mi offusca la vista. Bevo il liquido dalla tazzina senza sorseggiarlo perchè non ho tempo di assaporarne gli aromi, elencare a voce alta le sfumature di gusto, far finta di avere un palato fino da intenditore. Pago col resto delle sigarette prese all’automatico, saluto con un gesto e salgo sul furgone. Tutto puzza di merda. L’abitacolo, la tuta, la vanga, io e persino queste sigarette. A quattordici anni, quando cominciai a fumare, avevano un retrogusto di vittoria, ogni boccata sanciva la mia potenza. Ora, ogni millimetro di carta che brucia, manda in fumo la mia esistenza incensandola di merda. Scendo. Gli altri hanno la Gazza in mano e commentano la partita. Tutti hanno SKY, la tele da 46 pollici, una moglie grassa e figli con nomi assurdi tipo Ludovico. Ci scambiamo un abitudinario quanto insensato saluto e infilo i guanti, che sono rigidi, consumati, hanno loro stessi i calli più spessi di quelli sul palmo delle mie mani. Ogni vangata è un cumulo di merda che mi lascio alle spalle. “Che lavoro fai?” Spalo merda. La sposto da qua a qui. Da nord a sud. Da est a ovest. Ogni tanto la guardo volare nel suo breve tragitto. Disegna un arco, meglio un arcobaleno di un unico colore ma, mentre la fine dell’arcobaleno rappresenta a chi lo guarda da lontano un misterioso luogo sacro, qua la merda si spalma a pochi metri con un “ciufff” che non ispira nemmeno rassegnazione. Dopo otto, nove ore di lavoro, rientro a casa ma prima ripasso allo stesso bar. La ragazza dietro al bancone è sempre la stessa ma più brutta rispetto alla mattina. Io puzzo di merda, lei puzza di muffa. Sono anni che vorrei farle una battuta, dirle qualcosa di carino mentre mi versa da bere ma appena il bicchiere si riempie facendo troppa schiuma, capisco che è l’ennesima vittima della televisione e della pubblicità. Mando giù l’ultimo sorso e all’inferno questa bastarda. Arrivo a casa, faccio una doccia che cancella gli effluvi della mia anima e poi sul divano a chattare con una maiala meravigliosa che ogni settimana mi chiede di spedirle 100 euro.

Decidemmo lì per lì di partire. Sputando in alto i semi della pannocchia come fuochi d’artificio seduti sul bordo del marciapiede mentre una nutria grassa si affacciava da un mucchio di immondizia per celebrare con noi quel topico momento. Ridevamo a voce alta perchè sarebbe stata l’ultima sera in quel posto. Ci sentivamo pazzi visionari – lo eravamo già da un pezzo – da quando decidemmo di odiare tutti mascherati col sorriso stampato in faccia. La strada puzzava di piscio di cane ma quel povero zoppo continuava ad attraversare sulle strisce perchè era l’unico civile sull’asfalto. L’arabo invece puzzava di spezie bruciate. Girava e rigirava da anni quella poltiglia di ceci come se stesse cercando dentro la svolta alla propria esistenza. Un tizio sulla trentina portata male gli chiede una porzione di quella roba. L’arabo nemmeno si gira e gli riempie il piatto. Afferra i soldi allungando il braccio sul fianco senza perdere di vista la piastra fumante, i ceci andati a male come la sua vita e La Mecca. Il tipo stempiato infila il resto in tasca e riprende la strada per l’uffico sognando di mollare tutto, comprare il furgoncino dell’arabo e vendere panini caldi. Noi con una biro del cazzo a stendere il progetto di fuga su carta da pane. Avremmo dovuto avere una stilografica per solennizzare quel momento, invece ci toccò sporcare metà foglio perchè l’inchiostro non ne voleva sapere. Un uccello intanto mi cagò sopra così rimandammo la stesura del piano e mi ci pulii la testa. D’altronde avevamo tutto in mente da così tanto tempo che non sarebbe stato necessario mettere nero su bianco la nostra storia. La tizia del secondo piano continuava ad ansimare. Avevamo perso la conta di quale cliente fosse. Probabilmente il quinto della giornata ma i suoni che provenivano da quella finestra socchiusa erano sempre gli stessi. Pareva un carillon stonato e i suoi uomini amavano fotterla come si fotte una puttana che lavora in casa, con riconoscenza, perchè in un certo senso li teneva lontani dai brutti parcheggi, dai marciapiedi sudici, dagli angoli bui, accogliendoli in vestaglia – a casa sua – illuminata dalla calda luce di una abat-jour comprata dai cinesi. Quegli uomini dopo il bidet sarebbero rientrati nella loro casa, dove ad aspettarli c’era una tv accesa su un quiz e un presentatore sudato, una moglie grassa intenta a grattare un tagliando della lotteria e un bambino piccolo che disegnava con colori brillanti qualcosa che non aveva nessun senso con quello che lo circondava. Per noi grazie a Dio il tempo non era scaduto. Eravamo tra l’arabo e La Mecca, tra Maometto e la Montagna. Così, con l’ansia che ci soffocava, decidemmo di partire immediatamente per la nostra nuova strada.